lunedì, 01 settembre 2008
Questo blog ha degli appuntamenti fissi dai quali non prescinde.
E così, dopo il classificone di fine stagione e i due post (pre e post) vacanzieri, ecco l’immancabile “warm-list” cinematografica, ovverosia un breve compendio su quello che vedremo in sala da qui alla prossima estate.
O meglio, una breve lista di 20 film sui quali si dovrebbe andare a botta sicura (una sorta di top20 anticipata).
Per ovvi motivi non credo avremo la fortuna di assistere meravigliati ad un’altra stagione come quella appena conclusa (soprattutto per il tricolore), ma paiono esserci comunque delle belle cose all’orizzonte (in attesa del 2009/2010, quella del ritorno di Scorsese, Cameron, Mann, Spielberg, Jackson, Marshall).
Burn after reading
Settembre
A meno di 12 mesi di distanza dal trionfo di No country for old men, tornano i Coen per chiudere la “trilogia dell’idiota”.
E’ stato presentato qualche giorno fa a Venezia in un tripudio di applausi e risate senza controllo; già so che diventerà un mio cult assoluto.
Miracolo a Sant’Anna
Ottobre
E’ una delle scommesse più intriganti della stagione: Spike Lee alle prese con la strage compiuta in Toscana nel ’44 dalle SS.
La classe
Ottobre
Ha vinto a Cannes sbaragliando anche il Capolavoro Gomorra e il magnifico Il divo (sebbene pare che il presidente di giuria Sean Penn abbia tentato di impedire il trionfo del film francese, poiché tutto proteso ad un riconoscimento per il film di Garrone).
La Palma d’Oro è da sempre sinonimo di garanzia; mi fido a scatola chiusa.
Wall-E
Ottobre
Toy story (1 e 2), A bug’s life, Monsters & co., Alla ricerca di Nemo, Gli incredibili, Cars, Rataouille.
Cosa altro aggiungere?
E’ l’unico Capolavoro sicuro della stagione, non c’è nemmeno bisogno di vederlo per averne la certezza.
The burning plain
Novembre
Dopo un fruttuoso sodalizio (Amores Perros, 21 grammi, Babel), Guillermo Arriaga e Alejandro Gonzales Inarritu hanno divorziato.
Questioni di ego: ognuno rivendicava la paternità assoluta delle opere.
The burning plain è il primo film dello sceneggiatore; Kim Basinger e Charize Theron animeranno la vicenda (asincrona e circolare come al solito).
Staremo a vedere.
Come Dio comanda
Dicembre
Molti nomi grossi hanno sparato le loro cartucce nel 2007/08 (su tutti Garrone, Sorrentino e Soldini), e altrettanti stanno preparando le baionette per il 2009/10.
L’unico regista italiano sul quale dunque mi sento di scommettere a priori per questa annata è Gabriele Salvatores, nuovamente ispirato dall’opera di Ammaniti (dopo l’indimenticabile Io non ho paura).
Australia
Gennaio
Non ho mai sopportato il cinema tronfio e barocco di Baz Luhrmann, eppure il semplice motivo che non si fanno davvero più film come questo Australia mi mette la pulce nell’orecchio.
Per di più, dovrebbe rappresentare l’attesissimo ritorno in grande stile della dea Kidman dopo qualche annata di appannamento.
The Curious Case of Benjamin Button
Gennaio
Con 4 film in cantiere (e che film! Coen, Tarantino, Malick, Fincher), questa sarà decisamente la stagione di Brad Pitt.
Un grande attore che purtroppo solo in rari casi ha potuto dimostrare il suo talento (Jesse James, Babel, Se7en, Fight Club, Le 12 scimmie).
Farà poker in questo 2007/08, e sarà difficile oscurarlo.
Per questo The Curious Case of Benjamin Button torna per la terza volta a collaborare con David Fincher, e il plot è di quelli irresistibili: la storia di un uomo che, arrivato ai 50 anni, inizia a ringiovanire.
Tratto da Fitzgerald, con Tilda Swinton e Cate Blanchett.
Milk
Gennaio
Paranoid Park ha chiuso un ciclo, e allora Gus Van Sant riparte dirigendo Sean Penn (che qui ritrova il suo figlioccio Emile Hirsch) e Josh Brolin in un film che narra la vicenda del primo politico gay della California finito assassinato dopo il suo outing.
Revolutionary road
Gennaio
Dopo 12 anni Leonardo DiCaprio riabbraccia Kate Winslet (diretti qui dal marito di lei) in un racconto (tratto da Yates) di una giovane coppia del Connecticut dei ’50.
Se Mendes riesce nel miracolo di essere asciutto e raffinato (cosa aliena al suo stile), il successo è garantito (dando per scontate le belle prove attoriali dei due).
Appaloosa
Gennaio
Il recente L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford rappresenta già una pietra angolare del genere ed un culto che ha iniziato a diffondersi in lungo e in largo (oggetto palesemente adorato dalla totalità dei cinebloggers), tuttavia c’è sempre tempo per un sano western, che John Ford ribattezzò “il padre di tutti i generi”.
Ed Harris, alla sua seconda regia, dirige se stesso e Viggo Mortensen.
Frase di lancio: “Feelings get you killed”.
Sarò in prima fila.
W.
Gennaio
Nonostante la mia annosa avversione per Oliver Stone, non credo esiterò un solo istante nel fiondarmi al cinema per la curiosità di vedere questa ennesima biografia: Josh Brolin è George W. Bush.
The road
Febbraio
Viggo Mortensen in un dramma post-apocalittico tratto dalla penna dell’ormai venerato Cormac McCarthy: pane per i miei denti!
Valkyrie
Febbraio
Bryan Singer si allontana dagli amati supereroi e si tuffa indietro nel tempo per raccontare un complotto teso all’assassinio di Hitler durante il secondo conflitto mondiale.
Con Tom Cruise che – scommetto – avrà una nomination agli Oscar.
Doubt
Febbraio
Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman (già immagino le scintille) sono al centro di questo inquietante drammone a tinte nerissime: nel 1964 suora Aloysious (Streep) accusa padre Flynn (Hoffman) di aver abusato di un ragazzo di colore; da qui si parte per un viaggio nell’oscurità.
La locandina è una croce nera gigante su sfondo bianco.
Changeling
Marzo
Clint Eastwood ormai riesce solo a fare Capolavori o nella peggiore delle ipotesi grandissimi film.
Così sarà, c’è da scommetterci (vista anche l’accoglienza a Cannes), anche per questo Changeling.
Con Angelina Jolie.
The soloist
Aprile
L’attesa per questa nuova fatica di Robert Downey jr. non è tanto per la trama o per il cast quanto per Joe Wright, astro nascente della cinematografia europea al suo primo film “attuale” dopo Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (entrambi in costume): molti fari sono puntati su questo 38enne londinese che ha già dimostrato di saperci fare, e non poco, con la macchina da presa.
Inglorious bastards
Maggio
Un gruppo di invasati soldati americani assalta un cinema francese occupato dai nazisti per massacrarli in maniera atroce e disumana.
Remake di un b-movie italiano degli anni ’70.
Dirige Quentin.
Inizio il conto alla rovescia.
Thirst
Giugno ?
Il più grande cineasta del decennio, Chan-wook Park, alle prese con un horror a base di vampiri.
Nella speranza di vederlo anche da noi, dopo che la pessima distribuzione italiana ha commesso il crimine di non acquistare il bellissimo I’m a cyborg but that’s ok, commedia romantica che faceva seguito alla trilogia della vendetta che ha fatto conoscere in tutto il mondo il maestro coreano.
Tree of life
Giugno ?
Terrence Malick sta lavorando da trent’anni su questo film che, come i precedenti, è già ammantato da un alone di leggenda, così come leggendaria è l’idea che dovrebbe reggere il racconto (la ricerca dell’albero della vita, fonte di immortalità e poteri magici).
Il suo quinto film (in quasi quaranta anni) si presenta come il suo definitivo.
Con Sean Penn e Brad Pitt.
I mesi riportati sono quelli indicati da imdb.com come release date per l’Italia.
Tree of life e Thirst usciranno nel 2009, ma non ci è ancora dato di sapere se in questa o nella prossima stagione cinematografica (quella 2009/2010, per intenderci).
Di sicuro, come già espresso anche nel prologo, dovremmo aspettare più di un anno per:
Shutter island, di Martin Scorsese
Avatar, di James Cameron
Public Enemies, di Michael Mann
Tintin, di Steven Spielberg
Lovely Bones, di Peter Jackson
Nine, di Rob Marshall
martedì, 26 agosto 2008
Quando guidi per 18 ore hai il tempo di fare un sacco di cose.
Hai il tempo per pensare a cosa hai lasciato dietro di te e a cosa vorresti trovare davanti; il tempo di fare i migliori propositi del mondo e di crederci. Con tutto te stesso.
Il tempo di osservare il sole che scompare anzitempo dietro le montagne all’orizzonte (è già fine agosto) e di inseguire la scia di una stella cadente mentre in macchina c’è solo Eddie che dice My shadow comes with me as we leave it all, we leave it all far behind.
Il tempo per renderti conto che la tecnologia sì ti è mancata, ma in fondo mica così tanto; il mondo è stato fuori dalla mia porta, e per tre settimane va bene così; di più, forse, no. Forse.
Pensi anche che sei stanco, ma vorresti che l’arrivo fosse il più lontano possibile, perché anche se “non c’è nessun posto come casa”, io andrei avanti fino alla fine del mondo, se state comodi, in 4, qui dentro.
Quando guidi per 18 ore hai anche il tempo di riappropriarti delle tue cose, di riprendere confidenza con i tuoi ritmi; il che significa semplicemente ricominciare a pensare in prospettiva… parametro che quando sei sulle scogliere a strapiombo sul mare o in mezzo a un branco di pesci che ti attraversano la strada sott’acqua non ha alcun significato.
Hai il tempo di pensare alle persone care che non vedi da un po’ di giorni, al cinema, alla musica, al blog, al tennis.
Avresti il tempo anche di pensare al lavoro, ma decidi che è meglio fermarti per un caffè e una Chesterfield.
E’ notte fonda quando spegni il motore.
C’è ancora il tempo per rendersi conto che è tutto come l’hai lasciato; ed in fondo è bello così.
Sorridi alle stelle, e apri il portone di casa.
domenica, 27 luglio 2008
Centosettantanovesimo post. Seimila euro di tasse. Nadal che stupra il Centre Court. Zoostation e la maglietta di Born to run che voglio anch’io. Desmond che riabbraccia Penelope. Living well is the best revenge, a riuscirci però. Che ti frega della calza? Tanto siamo tra noi. And I'm just calling one last time not to change your mind; But just to say I miss you baby, good luck, goodbye, Bobby Jean. Andiamo bene per Bergamo? Non per sostenere la concorrenza. 30 anni ragazzi, ma è tutto come e dove è sempre stato. Walter che mi prepara il solito. Filosofia e doppio malto rossa. “Russi…”. Nordovest che le riprende tutte, inesorabilmente. Le volèe, i servizi e la classe inglese di Sandrino. Yeah, all those stars drip down like butter, in promises, a sea; Let me in. Un imballo vevamente spettacolave… pvonto?!? Le slide quando non ce la facciamo più. Patrick De Gayardon e il terrazzo sul tetto del mondo. Vitalogy. Killers. In rainbows. La torre nera. Nelle terre estreme.
Buon tutto a ognuno di voi.
Ci risentiamo a fine agosto; in caso contrario, vuol dire che sono rimasto a fare il pescatore ai confini del mondo.
giovedì, 17 luglio 2008
IL PETROLIERE
[There will be blood]
Paul Thomas Anderson
2007
Et voilà, There will be blood!
Per Daniel Day-Lewis ovviamente, e la sua impossibile performance (la migliore del decennio come hanno scritto un po’ tutti negli Usa, anche superando se stesso e il precedente Bill “The butcher” Cutting di Gangs of New York)… roba che nessuno – e sottolineo nessuno – sarebbe in grado di fare oggi; Daniel è palesemente il più grande attore del mondo, ma queste interpretazioni sono comunque al di sopra di ogni possibile definizione.
Dunque per Daniel, ma non solo (ovviamente).
Ho visto questo Capolavoro in lingua originale in una magnifica sala di Roma, e dopo 3 ore di sommo piacere non sapevo più dove far correre i pensieri.
C’è tutto un mondo dietro There will be blood (cerco di non chiamarlo con lo scandaloso titolo italiano) e raramente ho sentito così addosso la “materia” che vedevo sullo schermo.
Un’esperienza non solo visiva, in sostanza.
Ero sporco di terra e petrolio, avevo la faccia nera e sudata per le picconate e l’olio che sgorgava dal suolo, sentivo le ossa scricchiolare ad ogni passo.
Un impianto tecnico perfetto ed inappuntabile al servizio di un racconto estremo ed integralista.
Tra John Huston e Orson Welles, con gli spazi di Malick (anche qui) e i tempi di Kubrick.
Così come assolutamente kubrickiana è la favolosa colonna sonora di Johhny Greenwood, importantissimo valore aggiunto a queste immagini viscose e polverose al tempo stesso.
La parabola di Daniel Plainview è l’allegoria perfetta dell’uomo del ventesimo secolo; Paul Thomas Anderson è ambizioso oltre misura ma fa il colpaccio, ascrivendo già da subito la pellicola tra i grandi classici del cinema americano.
Il prologo è materiale che solo i grandi Autori hanno nelle corde, così come l’audacia di conquistare panoramiche sconfinate e contestualmente giocare con le metafore espressionistiche di una fotografia radicale e senza compromessi (nei campi lunghi la terra occupa ¾ dell’inquadratura; il cielo è per i santi, la terra è per gli uomini. E’ la terra la ragione di ogni cosa).
E poi le tante e tante immagini che hanno già consegnato il film alla memoria.
La corsa di Daniel al crepuscolo sotto il pozzo in fiamme; il surreale battesimo; l’abbandono di HW sul treno e il tentativo – riuscito – di tenere a freno le lacrime mentre un carrello orizzontale accompagna il padre alla vettura; l’indimenticabile finale; la nuotata tra i due “fratelli”; le ripetute umiliazioni di Paul/Eli; il commovente abbraccio col figlio ritrovato; l’incontro al ristorante…
E poi ancora…
“I've abandoned my child! I've abandoned my child! I've abandoned my boy!”
“I'm going to bury you underground, Eli.”
“I hate most people. There are times when I look at people and I see nothing worth liking. I want to earn enough money that I can get away from everyone. I see the worst in people.”
“Draaaainaaaage! Draaaainaaaage, Eli!!! If you have a milkshake, and I have a milkshake, and I have a straw. There it is, that's a straw, you see? You watching?. And my straw reaches acroooooooss the room, and starts to drink your milkshake... I... drink... your... milkshake!”
“You're not my son. You're just a little piece of competition. Bastard from a basket, bastard from a basket. You're a bastard from a basket!”
“I am the Third Revelation!”
Eh già, lui è davvero la Terza Rivelazione.
E There will be blood è il mio film preferito di questa bellissima, intensa, ricchissima, formidabile e indimenticabile stagione cinematografica.
1) IL PETROLIERE (Paul Thomas Anderson, 2007)
2) INTO THE WILD – NELLE TERRE SELVAGGE (Sean Penn, 2007)
3) 4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI (Cristian Mungiu, 2007)
4) ONORA IL PADRE E LA MADRE (Sidney Lumet, 2007)
5) L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD (Andrew Dominik, 2007)
6) GOMORRA (Matteo Garrone, 2008)
7) JUNO (Jason Reitman, 2007)
8) IL DIVO (Paolo Sorrentino, 2008)
9) NON E’ UN PAESE PER VECCHI (Joel & Ethan Coen, 2007)
10) RATATOUILLE (Brad Bird/Jan Pinkava, 2007)
11) GONE BABY GONE (Ben Affleck, 2007)
12) GIORNI E NUVOLE (Silvio Soldini, 2007)
13) LO SCAFANDRO E LA FARFALLA (Julian Schnabel, 2007)
14) AMERICAN GANGSTER (Ridley Scott, 2007)
15) REDACTED (Brian De Palma, 2007)
16) LA PROMESSA DELL’ASSASSINO (David Cronenberg, 2007)
17) LA FAMIGLIA SAVAGE (Tamara Jenkins, 2007)
18) ESPIAZIONE (Joe Wright, 2007)
19) MICHAEL CLAYTON (Tony Gilroy, 2007)
20) LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA (Craig Gillespie, 2007)
In panchina (in ordine alfabetico)
1408 (Mikael Hafström, 2007)
AWAY FROM HER – LONTANO DA LEI (Sarah Polley, 2007)
UN BACIO ROMANTICO (Kar-wai Wong, 2007)
CAOS CALMO (Antonello Grimaldi, 2007)
CLOVERFIELD (Matt Reeves, 2008)
DIE HARD VIVERE O MORIRE (Len Wiseman, 2007)
INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO (Steven Spielberg, 2008)
IO SONO LEGGENDA (Francis Lawrence, 2007)
MONGOL (Sergej Bodrov, 2007)
PARANOID PARK (Gus Van Sant, 2007)
SEVERANCE – TAGLI AL PERSONALE (Christopher Smith, 2006)
SICKO (Michael Moore, 2007)
I SIMPSON – IL FILM (David Silverman, 2007)
SOGNI E DELITTI (Woody Allen, 2007)
SWEENEY TODD: IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET (Tim Burton, 2007)
TUTTA LA VITA DAVANTI (Paolo Virzì, 2008)
UN UOMO QUALUNQUE (Frank Cappello, 2007)
Da dimenticare (in ordine alfabetico)
E VENNE IL GIORNO (M. Night Shyamalan, 2008)
INVASION (Oliver Hirschbiegel, 2007)
IO NON SONO QUI (Todd Haynes, 2007)
LA LEGGENDA DI BEOWULF (Robert Zemeckis, 2007)
MR. BROOKS (Bruce A. Evans, 2007)
NON E’ MAI TROPPO TARDI (Rob Reiner, 2007)
I PADRONI DELLA NOTTE (James Gray, 2007)
PLANET TERROR (Robert Rodriguez, 2007)
REC (Jaume Balagueró/Paco Plaza, 2007)
SOFFIO (Ki-duk Kim, 2007)
LA TERZA MADRE (Dario Argento, 2007)
venerdì, 11 luglio 2008
INTO THE WILD – NELLE
TERRE SELVAGGE
[Into the wild]
Sean Penn
2007
Scrissi questo post come reazione ad Into the wild.
Non era una recensione, anzi non lo citai nemmeno il film, ma fu un post importante (e che riscosse anche un discreto successo, fortunatamente!) attraverso il quale poter dire la mia, seguendo strade traverse, sulle riflessioni evocate dalla visione della pellicola di Penn.
A distanza di molti mesi arrivo quindi soltanto adesso a tirare le somme (in maniera razionale, stavolta) su un’opera che ha fatto discutere (nel bene e nel male) e che è già destinata ad occupare un posticino importante sul Grande Libro Del Cinema.
Chi mi conosce di persona sa cosa penso (anche se nessuno si aspettava una posizione così alta; di questo ne sono assolutamente certo); sa che il film non mi ha “insegnato” nulla (un esempio per tutti è il tema della condivisione, che mi è caro sin da quando andavo alle elementari; roba che, come scritto già altrove fino alla noia, se Chris mi telefonava glielo dicevo io che “happiness is real if shared” e lui si risparmiava la sfacchinata letale in Alaska); sa che mi è arrivato per altre strade (quelle battute ad esempio nel tanto amato post sopra indicato) e via discorrendo.
Tuttavia c’è un blogger che è tra i più anziani ospiti di countryfeedback che mi ha tolto le parole di bocca e che ha scritto, mesi addietro, la recensione che avrei voluto scrivere io.
Usando esattamente le mie parole!
Già sa, per un accordo precedente, che avrei fatto copia-incolla del suo impeccabile scritto e quindi ne approfitto proprio adesso; grazie pinux!
Questo film ha tanti difetti. Ma proprio tanti. L'uso eccessivo della voice over. Lo sguardo in macchina godardiano di Chris alla A bout du souffle e gli split screen reiterati tipo cinema sperimentale e/o new hollywood anni 70. La stra-abusata struttura del road movie e del romanzo di formazione. La morale sottintesa ad una storia di autodistruzione che può essere un tantino eccessiva ed elegiaca. Le immagini da cartolina e le insistenti inquadrature su un granchio in una spiaggia, sulla luce filtrante tra gli alberi o su alcune piante selvagge. Le patetiche comunità hippies che ancora resistono a sé stesse. Una colonna sonora troppo invasiva ed emozionale.
Questo film ha mille altri difetti.
Bene. Questo film è un capolavoro. Sean Penn racconta la storia vera di Chris McCandless, la sua rinuncia alle comodità borghesi, il suo rifiuto radicale di strutture sociali imposte come la famiglia, i beni superflui, i soldi, persino la sua identità. Ne segue il suo iperindividualistico peregrinare attraverso l'America alla ricerca della sua vera essenza, alla ricerca del bello, rifuggendo il materialismo, il conformismo e lo sfrenato consumismo della moderna society accompagnato solo dai libri di Thoreau e London e tuffandosi a corpo morto into the wild.
La dicotomia uomo-natura è affrontata con un approccio quasi panteista, cosa che avvicina il film al sublime La sottile linea rossa, dove Sean Penn recitava da protagonista, non a caso. Una dicotomia che porta il protagonista a sfidarla, la natura, per potersi immergere totalmente in essa, per diventare un tutt'uno con essa, grazie ad una ricerca della verità talmente radicale da portare inevitabilmente all'autodistruzione. Una verità, una risposta, che alla fine Chris/Alex trova nell'enorme e grandiosa solitudine delle montagne dell'Alaska. Dove, riappropriandosi persino della sua identità borghese, capisce che “happiness is real if shared” (la felicità è reale se è condivisa). Il cerchio si chiude.
Un film imperfetto, ma per questo emozionante, grandioso, commovente, dirompente, travolgente e sconvolgente. Con attori di una bravura mostruosa, soprattutto il protagonista Emile Hirsh. Con le fantastiche canzoni di Eddie Vedder e tutta una meravigliosa colonna sonora sempre presente e assolutamente necessaria. Come il film, oggi assolutamente necessario. Con la sua retorica, con il suo prendere posizione, con il suo essere assolutamente partigiano. Sì, c'era bisogno di Into the wild.
lunedì, 07 luglio 2008
4 MESI, 3 SETTIMANE E
2 GIORNI
[4 luni, 3 saptamini si 2 zile]
Cristian Mungiu
2007
In una (indimenticabile) stagione cinematografica affossata nel nero, il Capolavoro rumeno vincitore della Palma d’Oro 2007 a Cannes (battendo fra gli altri Paranoid Park, Non è un paese per vecchi, Un bacio romantico, Persepolis, Soffio, Zodiac, Death proof, I padroni della notte e Lo scafandro e la farfalla) è il più crudo e devastante dei film.
Ogni cosa concorre all’annichilimento totale, e Mungiu, con una coerenza stilistica e d’intenti miracolosa, non si ferma davanti a niente.
La storia di un aborto clandestino tra gli orrori della Romania di Ceauşescu diventa infatti sin dall’incipit una riflessione senza scampo sull’ inevitabilità degli eventi e sull’impossibilità di poterli fronteggiare, ma è anche e soprattutto un lucido e livido affresco (da brividi la fotografia e l’uso della macchina da presa, tra lunghissimi e stranianti piani sequenza – da studiare in Accademia la terribile cena a casa del ragazzo di Otilia) sulle atrocità di un regime totalitarista che ha riportato il Medioevo in Europa.
Adatto solo ed unicamente ai duri di stomaco, è un miracolo di Cinema storico e drammaticamente umano; insostenibili le scelte visive e di estrema forza ogni singolo dialogo: 4 mesi 3 settimane e 2 giorni è probabilmente il miglior film europeo da diversi anni a questa parte (anche superiore al già magnifico – e per certi versi simmetrico - Le vite degli altri).
mercoledì, 02 luglio 2008
ONORA IL PADRE E LA MADRE
[Before the devil knows you’re dead]
Sidney Lumet
2007 |
E’ passato un bel po’ dai fasti del cinema statunitense arrabbiato e violento dei ’70 ma uno dei suoi più degni rappresentanti, Sidney Lumet, a 83 anni suonati imbraccia il mezzo digitale ed arriva a dimostrare che il fuoco della passione può continuare a bruciare in maniera ancor più devastante anche quando tutti pensano che hai dato quel che dovevi dare (e l’Oscar alla carriera vinto nel 2004 è emblematico).
Coadiuvato da un cast stellare in stato di grazia (Ethan Hawke alla sua miglior performance di sempre, il sempre perfetto Philip Seymour Hoffman e uno straziato e straziante Albert Finney… senza poi dimenticare Marisa Tomei ed il suo monumentale nudo dell’anno) Lumet tratteggia forse il suo Capolavoro assoluto.
Before the devil knows you’re dead (titolo geniale “estratto” da un vecchio proverbio irlandese) è grande, grandissimo Cinema: una botta allo stomaco e al cuore capace di stendere anche il più cinico degli spettatori.
Rigoroso, crudele, definitivo.
La fine dell’etica civile, il nero.
Non c’è nessuno scampo e tutto, secondo Lumet, procede nel peggiore dei modi possibili.
Un film da guardare con le molle, perché alla fine non rappresenta solo il degrado degli Stati Uniti d’America, ma di tutti noi.
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sabato, 28 giugno 2008
L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD
[The assassination of Jesse James by the coward Robert Ford]
Andrew Dominik
2008 |
Il film di Dominik, che per comodità chiamerò semplicemente Jesse James, è il più bel western del decennio assieme a Open range di Costner.
Tuttavia non sono propenso al confronto diretto, poiché si sfruttano delle dinamiche diametralmente opposte, e quello che per Costner è classicismo, qui diventa rock ‘n roll.
Jesse James è Dead Man rivisto da Peckinpah.
Ma è anche la visione che avrebbe avuto Malick del vecchio West.
E’ un affresco visionario e obliquo su un mondo lontano, ma ha il coraggio di giocarsi una carta diversa e scomoda: non ci sono eroi, non c’è nemmeno il fascino del crepuscolo, non ci sono vittorie e conquiste.
Film ambiziosissimo che centra alla grande tutti i propri obiettivi: ha la miglior direzione di fotografia degli ultimi anni, è denso, oscuro ed ipnotico come una ballata di Nick Cave, porta avanti una straordinaria metafora del potere dei media (tutto il finale, ma in sostanza anche l’ambiguo rapporto tra i due lavora su questo piano).
Inoltre, possiede la forza devastante di due enormi presenze sceniche (soprattutto il miracoloso Casey Affleck, del quale parlai con medesimi elogi in occasione di Gone baby gone) e ha il miglior incipit della stagione (mezz’ora di Altissimo Cinema).
E che dire del finale?
Come scrisse qualcuno: “roba da incidere sul marmo”.
E la bellezza senza tempo dei 60 minuti che sono posti in mezzo (tra inizio e fine) arrivano a condensare in via definitiva l'intensità psichedelica ed onirica di una Storia eterna.
Jesse James è gia adesso un cult-movie da imparare a memoria... e non farà altro che crescere con il tempo. |
venerdì, 20 giugno 2008
Ci siamo: top10! Si inizia il countdown dalla 10 alla 6; per il resto, c’è scritto tutto qui.
GOMORRA
[Gomorra]
Matteo Garrone
2008
Gomorra è un Capolavoro Assoluto che meritava il primo posto; meglio mettere subito le carte in tavola.
Questo sesto posto non me lo perdonerò mai ma si sa, stagione affollatissima e piena di miracoli; metterlo più su non sarebbe stato onesto nei confronti degli altri che verranno.
A parte queste inutili considerazioni personali, Gomorra è Cinema di così alto spessore artistico e culturale che davvero, finalmente, abbiamo trovato un nuovo film da proiettare ai bambini delle scuole medie.
Garrone dimostra una maturità creativa ed un senso civico che sono anni luce distanti dalla media della produzione mondiale (auspico questo film come candidato italiano ai prossimi Oscar, e poi magari un definitivo sdoganamento negli Usa al fine di trasformarlo nel nuovo Roma città aperta); Gomorra è veleno per l’anima.
Ti sputa in faccia, ti sotterra, ti usa come concime per le piante.
Dal romanzo di Saviano (uno dei pochissimi veri eroi che calpestano il suolo terrestre), la commistione di cinque storie intrecciate nelle malvagie tele dell’universo casertano (Casal di Principe, il nuovo impero del crimine) è roba che non si dimentica.
Il confine estremo e definitivo del gangster-movie.
JUNO
[Juno]
Jason Reitman
2007
Quanto ci vuole ad innamorarsi di Ellen Page?
Un paio di minuti, se si ha la buona idea di vedersi Juno in lingua originale e apprezzare così i tempi comici e la verve espressiva di una irresistibile ventunenne destinata a colorare l’universo hollywoodiano dei prossimi decenni.
Juno è settimo quasi esclusivamente per lei.
È chiaro, ci sono dietro sia Jason Reitman che Diablo Cody.
Reitman è al suo secondo scacco matto consecutivo (su due partite giocate) dopo il bellissimo esordio di Thank you for smoking; Cody è un ex lapdancer che con la sua scrittura agile e infuocata ha avuto il merito di portarsi a casa un Oscar in una annata pazzesca (ed era alla sua prima esperienza).
E poi sì, è un film indipendente che ha avuto il beneplacito del Sundance (con la stessa enfasi di Sideways e Little Miss Sunshine) e si sa, il festival di Redford è come il marchio DOCG per i vini.
Ma niente chiacchiere, Juno è Ellen Page.
Sì, sono innamorato.
IL DIVO
[Il divo]
Paolo Sorrentino
2008
Due considerazioni servono da sole a sparare i paroloni grossi per Il divo:
1) Paolo Sorrentino gira come Martin Scorsese.
2) Toni Servillo è il miglior attore d’Europa (dopo Daniel, of course).
Il divo è la rappresentazione materiale di questa commistione (che già si era meravigliosamente palesata in L’uomo in più e ne Le conseguenze dell’amore).
“La spettacolare vita di Giulio Andreotti” è un grottesco e surreale affresco di un Italia allo sbando (quella nefasta e inquietante dei primi 90, i cui maligni echi arrivano fino a oggi) e di un uomo che come nessun altro si è fatto specchio di 50 anni di vicissitudini politiche, civili e sociali.
Il divo inizia e va avanti come un disco rock; a Sorrentino non interessano i giudizi o le morali (anche se è durissimo e spietato, quando vuole) quanto fare del Cinema spettacolare e oltre le comuni metriche di casa nostra.
Partendo da Petri, passando per Bunuel, ed arrivando a Michael Mann.
E’ stato uno dei due miracoli di Cannes, ennesima testimonianza di una (almeno per me) incontestabile verità: il Cinema italiano è il migliore d’Europa.
Nonostante tutto.
NON E’ UN PAESE PER VECCHI
[No country for old men]
Joel & Ethan Coen
2007
Il nono posto per la pellicola che ha trionfato agli Oscar ed è piaciuto a tutta la critica americana e al 90% dei cinebloggers mondiali può sembrare una sorta di affronto… con la naturale conseguenza di stare qui a giustificare un mancato trionfo anche da queste parti piuttosto che spendere parole di meritevole elogio nei confronti di un bellissimo film.
E quindi, visto che non lo è (un affronto), vado subito al dunque.
Perché mi è piaciuto?
Per il deserto, Josh Brolin, la bombola d’aria compressa, i monologhi di Bardem, lo stile, l’impeccabile classicismo, la strabordante classe, l’essere riusciti a fare un film diverso ma con il bollino di casa.
Perché solo nono?
Perché sono un fan sfegatato dei Coen e da loro le ho viste tutte, e questo non mi ha sorpreso, stordito, spiazzato.
Non è Fargo, non è Lebowski, non è L’uomo che non c’era.
C’è stato solo del piacere estetico nell’ammirare il rigore di questo gioiello, ma a distanza di qualche mese davvero poco mi è rimasto sotto pelle.
Ma poi in fondo, nemmeno poco; giusto quel tanto per arrivare nono.
RATATOUILLE
[Ratatouille]
Brad Bird/Jan Pinkava
2007
Dopo l’incredibile Gli incredibili, Brad Bird torna al timone della Pixar e sforna questo nuovo entusiasmante Capolavoro.
C’è tutto, e oltre ogni cosa mai vista in un lungometraggio d’animazione americano in questi 117 minuti di autentica magia; c’è la sapienza tecnica di un Autore che si permette il lusso di giocare con carrellate e piani sequenza “scorsesiani” (l’esaltante inizio, ad esempio), c’è l’impeccabile ed inattaccabile sceneggiatura da film “vero”, c’è la trascinante figura da leader di un topo che funziona meglio di un qualsiasi George Clooney… e c’è soprattutto una lezione di filosofia.
Perché altri non è la metafora che si avvita attorno al personaggio di Anton Ego, attraverso il quale (anche grazie all’uso di un mirabolante flashback, che è il vero coniglio nel cilindro di tutta la pellicola) Bird dice la parola definitiva sull’essenza ed il compito della critica cinematografica.
Continuo ad insistere: la Pixar è la chiave di volta per la sopravvivenza del Cinema così come lo conosciamo; ed ora aspettiamo Wall-E!
giovedì, 12 giugno 2008
In qualsiasi altra stagione, questi cinque avrebbero albergato in tranquillità nella top10… ma stavolta è stata dura per tutti: ecco i magnifici esclusi – di pochissimo – dai quartieri alti; per il resto, c’è scritto tutto qui.
GONE BABY GONE
[Gone baby gone]
Ben Affleck
2007
Il meraviglioso esordio di Ben Affleck alla regia è un amarissimo e devastante spaccato della Boston già descritta da Clint Eastwood in Mystic River.
Una storia di rapimenti, bugie e verità nascoste incastonate nel plumbeo tessuto sociale di una città (o meglio di un quartiere) che ha vita propria e che, come ci ricorda il regista nello spendido incipit, è molto più di una casa, per chi ci vive.
Riflessione senza speranza e indulgenza sull’equilibrio tra verità e giustizia, tra bene e male, tra redenzione e riscatto.
Emozionante e struggente, è forse la vera grandissima sorpresa della stagione, e non nego di aver titubato molto nell’escluderlo dalla top10, un posto che avrebbe meritato senza alcuna fatica.
La nota finale la affido al cuore pulsante del racconto, quel Casey Affleck che è la grande rivelazione e speranza di tutto il cinema americano prossimo futuro (assieme a Ryan Gosling, come già scritto precedentemente): dotato di una grande padronanza scenica e di una forte presenza caratteriale, è la ciliegina sulla torta di questa maiuscola opera prima.
GIORNI E NUVOLE
[Giorni e nuvole]
Silvio Soldini
2007
Giorni e nuvole fa parte della “santissima trinità” del cinema italiano di questa stagione (assieme ai capolavori di Garrone e Sorrentino): con la grazia di un Truffaut e la passione di un Rossellini (neorealismo è la parola d’ordine, la stessa di Gomorra) Soldini raggiunge il suo vertice creativo ed emozionale.
Un film che mi ha scaturito pensieri e considerazioni simmetriche a quelle venute fuori dopo Into the wild: in che misura si determina il rapporto decisivo tra società ed individualismo?
Dove vanno a finire sogni ed ideali quando, seppur con le migliori volontà di questo mondo, ci viene negata ogni possibilità di portarli avanti?
La risposta non può essere nemmeno la fuga, perché non c’è possibilità nemmeno per quella…. e allora?
Pellicola durissima e quanto mai in sincrono con la realtà quotidiana italiana, si appoggia al navigato mestiere di Margherita Buy ma soprattutto alla insostenibile maschera drammatica di Antonio Albanese che ci regala, qui, una delle 5-6 interpretazioni più intense di tutta la stagione.
LO SCAFANDRO E LA FARFALLA
[Le scaphandre et le papillon]
Julian Schnabel
2007
Lo scafandro e la farfalla è il classico film più facile da sbagliare che da indovinare; i rischi sono sempre gli stessi quando si decide di affrontare temi del genere (nello specifico, il caporedattore di Elle che, in seguito a un malore, si risveglia completamente paralizzato ad eccezione della palpebra sinistra: la userà per comunicare col mondo e dettare un libro).
Eppure Schabel compie il miracolo, e giocando soprattutto con un intelligentissimo uso della mdp (meritatissima la nomination agli Oscar, nonché la vittoria ai Golden Globe) riesce a stabilire un contatto empatico e diretto con il protagonista (fuori-fuoco, campi strettissimi, inquadrature in soggettiva) arrivando così a momenti di pura commozione, scevri da qualsivoglia retorica e falso pietismo.
AMERICAN GANGSTER
[American gangster]
Ridley Scott
2007
Dall’incredibile storia vera di Frank Lucas (gangster nero che riuscì a tenere tra le mani tutta la Harlem dei primi ’70) ecco finalmente il degno ritorno di Ridley Scott (American Gangster è il suo miglior film dai tempi di Thelma & Louise, se non addirittura da Blade Runner).
Sfruttando tematiche, locations e linee guida che sono maggiormente vicine a un Michael Mann o ad uno Spike Lee, Scott buca e convince grazie ad un gangster-movie che ha tutti i requisiti per soddisfare anche i palati più esigenti degli amanti del genere.
Ha una splendida sequenza-madre (la retata nel pre-finale) ed una delle migliori interpretazioni di Denzel Washington, convincente e perfettamente calato nella parte.
Pellicola omogenea e ben distribuita, ha anche il merito di poter contare su ritmi serrati e curatissimi dettagli d’ambiente.
Destinato a rimanere, rappresenta un ottimo segnale di rinascita da parte di un regista che pareva ormai destinato ad un drastico rimaneggiamento delle sue ambizioni.
REDACTED
[Redacted]
Brian De Palma
2007
Non è solo Scott ad essere risorto ma anche Brian De Palma, che con questo coraggioso e feroce documento (colpevolmente escluso dalle sale – ma si capisce anche perché) muove forse l’attacco più radicale e violento contro gli armamenti americani in Medio Oriente.
Pellicola definitiva sui conflitti che hanno insanguinato quella parte di mondo, ha una potenza ed una forza espressiva che non si sono mai viste prima nel cinema di De Palma.
Manipolando l’idea di un falso documentario, Redacted è l’atroce racconto di uno stupro premeditato e di una prolungata omertà lancinante.
Dovrebbero farlo vedere a Bush 15 volte al giorno, legandolo ad una sedia e somministrandogli il collirio come facevano con Alex durante la cura Ludovico.
Dopo Redacted, mi pare davvero inutile continuare a fare film su Iraq e Afghanistan.
Applausi.