sabato, 28 novembre 2009
dada
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venerdì, 20 novembre 2009
E così, in pompa magna proprio come quelli famosi, è giunta finalmente l’ora di aprire il sipario sul sito web dei 7 Training Days, che è quella band di post-indie-rock (o come più vi aggrada) nella quale strimpello il mio Fender Jazz:

http://www.7trainingdays.com

La latitanza su queste pagine è da giustificarsi in parte proprio per il tempo dedicato alla costruzione del sito in questione, ma adesso che il bambino è libero di camminare sulle proprie gambe, si torna a fare sul serio e ad occupare il blog che state leggendo col rispetto necessario.

Stay hard, stay hungry, stay alive.
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domenica, 18 ottobre 2009
How to fight loneliness?
Just smile all the time
(Jeff Tweedy, 1999)

jeff
Quando penso a Jeff Tweedy, che è uno dei pochi veri miracoli di questa America confusa e senza identità, mi vengono alla mente un sacco di immagini e tante, tante sfumature dello stesso colore.
Il bianco.
Che non è vero che non è un colore.
Sarà per le copertine di Sky blue sky e di A ghost is born, o forse per la neve che d’inverno invade Chicago, o per il sole autunnale che a stento cerca di infilarsi tra le nuvole grigie e minacciose.
O magari solo per la sua penna, capace di scrivere una cosa straziante e senza appello come quella che leggete in alto a destra: quando perdi tutto, è come se fossi davanti ad un foglio bianco, con tutto quello che questo comporta.

Lui, Jeff, nonostante le annose e complicate questioni personali, ha sempre reagito scrivendoci sopra qualcosa, su questo foglio immacolato.
E la speranza, la fiducia, la forza di stare dritti a testa alta anche quando il vento ti schiaffeggia il viso facendoti lacrimare mentre con gli occhi segui uno stormo di uccelli che fugge via verso un posto migliore è tutto quello che troviamo nelle canzoni – una più bella dell’altra – dell’intera produzione degli Wilco.

Un inizio in sordina (A.M., Being there), le valvole che si scaldano con Summerteeth (1999) e poi il volo senza freni di quattro Capolavori in fila che hanno reso questa band la migliore del decennio (negli USA) al pari dei Low di Alan Sparhawk, un uomo sul quale si potrebbero spendere parole spesso simili a quelle usate per Tweedy.

La classe di Yankee hotel foxtrot (2002), l’eleganza di A ghost is born (2004) - probabilmente il loro vertice artistico, la raffinatezza di Sky blue sky (2007) e lo stile di Wilco (The Album) (2009) conducono ad una verità così chiara da essere palpabile.
Unendo la tradizione folk/country degli esordi ad una indomita voglia di sperimentazione, correndo sulle note senza fermarsi a pensare a dove la corsa porterà (ma con una padronanza di composizione ed esecuzione che ha ben pochi paragoni) e riuscendo a mantenere una spinta emozionale fortissima in ogni piccolo movimento (quanti colori in ogni nota, in ogni sfumatura?) gli Wilco non sono solo una Chicago suonata dentro un loft fatto da mattoni rossi e finestre dalle imposte bianche, ma la certezza di ritrovarsi con il cuore in mano davanti al cielo blu a vivere la propria vita. Quella reale.

E poi Jeff, uno di noi.

Uno che chiude Sky blue sky così:
On and on and on we’ll stay together yeah
On and on and on we’ll be together yeah
You and I will try to stay together yeah
You and I will try to make it better yeah 


E che accompagna con questi versi anche la chiusura dell’omonimo disco di quest’anno:
Everything alive must die
Every building built to the sky will fall
But don't try to tell me my
Everlasting love is a lie


Uno di noi.
Uno che cerca nell’amore le risposte.
Uno che non molla mai la presa.
Fino alla fine.

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giovedì, 08 ottobre 2009

Come quando vuoi dire un sacco di cose tutte insieme e non sai come fare.
Insomma, più o meno così:

  • E’ uscita un bel po’ di musica in questi ultimissimi mesi, roba della quale parleremo insieme di qui a breve (Shannon Wright, Editors, Built to spill, Black heart procession, Soulsavers, David Gray…) ma per me è uscito soprattutto Backspacer, il ritorno dei Pearl Jam.
    Li ho visti a Londra a metà agosto, e parleremo anche di quello.
    E poi è uscito il disco. Bello. Anche se.

  • Prevenire è meglio che curare: la ABC ha lanciato Flashforward, un nuovo serial che “dovrebbe” prendere il posto di Lost, sia nel loro palinsesto che nel cuore di milioni di appassionati.
    L’idea dietro il soggetto è di una genialità assoluta, ma se tutte le puntate sono come il pilota, al limite potrebbe prendere il posto di qualche cartone animato sfigato.

  • E sempre a proposito di Lost, che non se ne parla mai abbastanza, l'inarrivabile Michael Emerson ce l’ha fatta ed ha finalmente vinto, al quarto tentativo, l’Emmy per il suo Benjamin Linus. Strameritato. Anzi pure di più.

  • Bruce Springsteen ha compiuto 60 anni, e il giorno dopo io ne ho fatti 34.
    Ma questi due numeri potrebbero essere invertiti e nessuno se ne accorgerebbe.

  • 2009 ricco di illustri dipartite; a settembre è toccato a Patrick Swayze, che io ricordo soprattutto per Point Break. Anche se ho le vhs di Dirty Dancing e di Ghost, e me ne vanto.

  • Roman Polanski è stato tratto in arresto per quella pruriginosa storia di fine anni ’70 che la giustizia si continua a portare dietro in maniera inopinabile.
    Come ha scritto il brillante Claudio: ”Un eterno inquilino in fuga a cui sembra essergli stata negata la pace interiore sin dall'infanzia”.

  • Ricominciata a piè sospinto la nuova stagione cinematografica: Allen (ottimo) che torna a NY, Raimi (ottimo pure lui) che torna all’horror.
    Ma il fenomeno del momento è District 9, geniale ed irresistibile.
    In attesa di Tarantino, Up, Michael Mann, Scorsese, Burton, Peter Jackson, Avatar, e un sacco di altra roba.

  • Mancano meno di 3 mesi alla fine degli anni ’00 e si traggono i primi bilanci, e secondo Pitchfork (cioè, ripeto, Pitchfork, mica Donna Moderna) Kid A è il miglior disco del decennio, e non solo in ambito rock.
    Come scoprire l’acqua calda, ma ha sempre un “non so che” di consolatorio il fatto che gente più autorevole di te la pensi come te.

  • Sempre a proposito della band di cui sopra, il neo quarantunenne Thom Yorke sta suonando in giro con la sua nuova band.
    C’è Flea al basso. Flea!
    Vedere e ballare: right now!

  • L’ultimo dei dieci punti lo possono comprendere solo gli autoctoni che dividono con me la città di residenza: ragazzi, ce l’abbiamo. E’ tutto nostro. Finalmente. Ed è fantastico.
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venerdì, 02 ottobre 2009
I've been high
I've climbed so high
but life sometimes
it washes over me
(Michael Stipe, 2001)

DSCN2303
Una mia cara amica mi dice che dovremmo disporre di tutte le risorse necessarie per poter staccare lo sguardo per un attimo e percepire ogni periodo della vita come un passaggio, un ponte.
Tanti piccoli e grandi passi che ci sembreranno sensati solo con il passare del tempo.
Un po’ come riuscire a collocare un’opera d'arte all’interno di un contesto storico.
Cose che vanno e cose che vengono ma alla fine, in sostanza, quello che conta sono le cose che restano.

Ho letto un libro di recente, di Cormac McCarthy.
Se ne è parlato molto perché ha vinto il Pulitzer e perché ha dato origine al soggetto di un film di imminente uscita e dal titolo omonimo, The road.
E’ una delle cose più belle e strazianti che io abbia mai letto ed è, anche, una riflessione su – appunto – quello che rimane.
C’è questo infinito (sebbene condizionato dagli eventi) sentimento tra un padre e un figlio che è più forte anche del mondo che cade a pezzi; un amore che resiste davanti all’apocalisse.
Che va via poi torna poi va via poi torna.
Ma alla fine è lì, ed è quello che rimane.

“Una fine ha un inizio”, dicono gli Editors.
E allora questo blog ha fatto il segno del time-out due mesi fa ma riparte ora.
Grazie a tutti quelli che in questo periodo di buio hanno comunque continuato ad affacciarsi su queste pagine: da oggi non vedrete più quello scorcio fotografico.
E visto che in definitiva si cambia per restare sempre se stessi, il blog che state leggendo mette da parte la sua intestazione “storica” per lasciare il posto a dei fotogrammi cinematografici che cambieranno di volta in volta.
Ma è solo un dettaglio, quello che conta sono le cose che restano.
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mercoledì, 05 agosto 2009
100_0447Ne ha fatta di strada questo blog dal gennaio del 2006 ad oggi, e sono quasi certo di poter affermare che al termine di questa assurda e sconclusionata estate ci rimetteremo tutti in marcia sugli amati percorsi finora battuti.
Per il momento, mi fermo qui: buon mese di Agosto a ognuno di voi, con la speranzia di reincontrarci molto presto su queste pagine.
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venerdì, 24 luglio 2009
walleSu queste pagine ho sempre sventolato il vessillo della Pixar, memore di come uscii dalla sala subito dopo la visione di Finding Nemo, circa un secolo fa.
Nemo è il film di mezzo (il quinto in ordine cronologico, su nove fatti finora; dunque esattamente a metà strada. A ottobre, qui da noi, si soffierà sulla decima candelina con Up) e, sebbene oggi appaia come il meno bello del lotto, per me fu assolutamente illuminante in virtù di una ipotesi di futuro scenario che già allora poteva in qualche modo essere prevista.
Fu il primo cartoon “serio” della fabbrica dei sogni californiana, probabilmente il primo script ad avere delle pretese più alte di quanto già magnificamente dimostrato fino ad allora.
La conferma arrivò esattamente un anno dopo con Gli Incredibili.
Lì fu tutto chiaro: solo la Pixar Animation Studios avrebbe potuto “salvare” il Cinema americano (e non solo).
Ed ecco che, continuando a crescere in maniera esponenziale (ricordo bene i vari “si sono superati, sarà impossibile fare di meglio” alla fine de Gli Incredibili. E poi ricordo la stessa frase letta un po’ ovunque anche dopo Cars e Ratatouille) Andrew Stanton chiude il cerchio (è suo anche Finding Nemo) ed arriva a portare sullo schermo il Capolavoro Assoluto.
Primo posto di questa Stagione cinematografica in una maniera che non può lasciare sospetti: è davvero enorme il divario tra questo patrimonio dell’umanità e tutto il resto delle pellicole uscite in questo lasso di tempo.
Il 2001 del nuovo millennio (indipendentemente dal commovente balletto tra le stelle, ha anche molte dinamiche analoghe al manifesto kubrickiano) ha, tra le innumerevoli frecce nell’arco, la sconvolgente caratteristica di essere, sostanzialmente, un film muto!
Inconcepibile.
E mille e mille altre cose, dalla come sempre impeccabile caratterizzazione dei personaggi alle scelte di regia (sì, di regia) nelle inquadrature (bellissimi tutti i campi lunghi nella prima parte), fino ad arrivare alla splendida storia d’amore tra Wall-E e Eve, una roba da far accapponare anche i peli delle ascelle.
Questa è poesia allo stato puro, signori, e WALL-E è, fino a inesistente prova contraria, la stella più grande e luminosa nel cielo di questa annata al Cinema.



1) WALL-E (Andrew Stanton, 2008)
2) CONTROL (Anton Corbijn, 2007)
3) REVOLUTIONARY ROAD (Sam Mendes, 2008)
4) CHANGELING (Clint Eastwood, 2008)
5) THE WRESTLER (Darren Aronofsky, 2008)
6) FROST/NIXON – IL DUELLO (Ron Howard, 2008)
7) TWO LOVERS (James Gray, 2008)
8) LASCIAMI ENTRARE (Tomas Alfredson, 2008)
9) THE READER – A VOCE ALTA (Stephen Daldry, 2008)
10) FROZEN RIVER – FIUME DI GHIACCIO (Courtney Hunt, 2008)
11) THE MILLIONAIRE (Danny Boyle, 2008)
12) TONY MANERO (Pablo Larrain, 2008)
13) MILK (Gus Van Sant, 2008)
14) GRAN TORINO (Clint Eastwood, 2008)
15) IL DUBBIO (John Patrick Shanley, 2008)
16) IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON (David Fincher, 2008)
17) GRACE IS GONE (James C. Strouse, 2007)
18) W. (Oliver Stone, 2008)
19) THE BURNING PLAIN (Guillermo Arriaga, 2008)
20) TROPIC THUNDER (Ben Stiller, 2008)

Gli altri 12 (in ordine alfabetico)
ANTICHRIST (Lars Von Trier, 2009)
APPALOOSA (Ed Harris, 2008)
AUSTRALIA (Baz Luhrmann, 2008)
BURN AFTER READING (Joel & Ethan Coen, 2008)
LA CLASSE – ENTRE LES MURS (Laurent Cantet, 2008)
MARTYRS (Pascal Laugier, 2008)
OPERAZIONE VALCHIRIA (Bryan Singer, 2008)
PONYO SULLA SCOGLIERA (Hayao Miyazaki, 2008)
RACHEL STA PER SPOSARSI (Jonathan Demme, 2008)
SETTE ANIME (Gabriele Muccino, 2008)
THE MIST (Frank Darabont, 2007)
VICKY CHRISTINA BARCELONA (Woody Allen, 2008)

Da dimenticare (in ordine alfabetico)
COME DIO COMANDA (Gabriele Salvatores, 2008)
IL COSMO SUL COMO’ (Marcello Cesena, 2008)
HANCOCK (Peter Berg, 2008)
IL MAI NATO (David S.Goyer, 2009)
MIRACOLO A SANT’ANNA (Spike Lee, 2008)
OMBRE DAL PASSATO (Masayuki Ochiai, 2008)
ULTIMATUM ALLA TERRA (Scott Derrickson, 2008)
VALERIE – DIARIO DI UNA NINFOMANE (Christian Molina, 2008)
VALZER CON BASHIR (Ari Folman, 2008)
YES MAN (Peyton Reed, 2008)
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domenica, 19 luglio 2009
controlControl è un film incontestabilmente perfetto.
Nella direzione, nell’impianto tecnico, nelle recitazioni… ed ovviamente in tutto quello che c’è ma non si vede.
Anton Corbijn, stimatissimo e famosissimo fotografo di rock star (U2, Bowie, R.E.M., Depeche Mode…) sceglie com’era lecito attendersi la strada delle sette note per tagliare i nastri alla sua nascente carriera di regista.
Ed il suo esordio è la miglior biografia musicale che io abbia mai visto.
Nello specifico, Control narra la triste vicenda del compianto Ian Curtis (morto suicida a 23 anni), geniale leader dei Joy Division, band chiave di tutto un movimento musicale (new wave/post punk) che dall’Inghilterra finì per contaminare mezzo mondo arrivando ad evolversi fino ai giorni nostri (Interpol, Editors, Liars…) segnando di fatto un percorso artistico senza precedenti ed assolutamente imprescindibile per qualsiasi appassionato di rock n roll.
Si diceva del biopic dunque, terreno da sempre molto ostico per tutti (anche nelle migliori delle ipotesi, ad esempio il recente Walk the line, il rischio al quale va incontro l’Autore è sempre quello di non riuscire a conciliare perfettamente la necessità di raccontare il “vero” con la spinta emotiva volta alla “mitizzazione”; l’affetto personale – scontato supporlo, se un regista decide di imbarcarsi in un’operazione del genere – e il giusto distacco); eppure, Corbijn fa il miracolo, riuscendo a raggiungere un equilibrio perfetto (sì, già l’ho scritto, “perfetto”; ma è l’aggettivo migliore per descrivere questa pellicola) ed a restituire la giusta dignità di uomo (ancor prima del doveroso tributo all’icona) ad uno spirito in pena che mai è riuscito ad affrancarsi dal suo stato di perenne sofferenza.
Grandi onori e mani arrossate dagli applausi per il bravissimo (ma che dico? Di più!) Sam Riley, quasi inquietante per il trasformismo con il quale si cala negli scomodissimi panni di un ragazzo che senza volerlo ha cambiato la geografia mondiale della musica (confrontare le sequenze musicali del film con i video dell’epoca per farsi cadere la mandibola per terra dallo stupore per la perfetta replica).
Ma ovviamente tutta la chiusa è dedicata alla magnifica sensibilità di Corbijn e del suo indimenticabile bianco e nero (le tonalità di grigio generate dal maestro Martin Ruhe sono uno dei motivi principali per i quali è impossibile scrollarsi di dosso il film); sensibilità con la quale decide di filmare la morte di Curtis, cosi, senza nessuna spettacolarizzazione.
Love will tear us apart; e proprio così fu.
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mercoledì, 15 luglio 2009
revolutionaryroadSam Mendes dirige la rinnovata “coppia dei miracoli” Kate Winslet-Leonardo DiCaprio (Kate è anche la moglie di Mendes) in quello che è, senza ombra di dubbio, il vertice della sua seppur giovanissima filmografia.
Devastante e straziante melodramma universale (la messa in scena dei sogni infranti di Frank [Leo] ed April [Kate] infatti, sebbene abbia una collocazione temporale risalente a qualche decennio orsono, è di una attualità che non lascia scampo a nessuna fuga: alcune cose non cambieranno mai, e la vita che scorre è sempre la stessa. Che ci si trovi nella New York del 1950 o nella Londra del 2000), Revolutionary Road è, letteralmente, un cazzotto alla bocca dello stomaco che ti piega in due fino a toglierti anche la forza di rialzarti in piedi sulle tue gambe.
E’ il racconto di una sfiancante lotta contro i mulini a vento, di un manipolo di illusioni sulle quali poter costruire le proprie speranze che si vanno disgregando piano piano giorno dopo giorno, della consapevolezza che la “rinuncia” è un motore immobile dell’esistenza di noi tutti, dell’inevitabilità del tempo che scorre frantumando senza sosta ogni spiraglio di luce.
La tragica (senza eufemismi) parabola di April e Frank è però anche una riflessione sulla diversità di intenti e vedute che popolano ogni rapporto sentimentale; senza nessun cinismo o appiglio consolatorio Mendes affonda il bisturi ed arriva a ferire ancora più in profondità quando arriva a centrare il suo sguardo proprio su questi equilibri: April è più innamorata dell’idea che si fa di Frank piuttosto che di Frank stesso; una mitizzazione fomentata dall’apparente anticonformismo di lui (quanto è faticoso il salto nel buio?) e dall’inestiguibile desiderio di libertà di lei.
Appare palese dunque che, dinanzi ad un soggetto del genere, la palla sia in mano agli interpreti.
E gli interpreti la fanno girare nel migliore dei modi possibili.
Winslet offre una prova al di sopra di ogni già altissima aspettativa riuscendo ad incarnare un personaggio così sofferto e dilaniato (non tanto dissimile dalla splendida Julianne Moore di Lontano dal paradiso) con una forza travolgente; DiCaprio tira fuori dal cilindro una gamma di sequenze sconvolgenti per pathos, intensità e dinamiche espressive.
Ci si commuove, e molto (alzi la mano chi è riuscito a rimanere insensibile nella scena-clou del film, quella della colazione tra loro due nel pre-finale); ci si guarda allo specchio, e si resta con gli occhi un po’ aperti prima di prendere sonno la sera.
Un film enorme, a pari merito con il numero 2 che leggerete tra qualche giorno.
Il minuscolo gradino che li separa è del tutto soggettivo ed è attribuibile ad un finale che (in Revolutionary Road) avrei voluto diverso, e che lo rende – seppure molto molto lievemente – imperfetto.
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sabato, 11 luglio 2009
changelingGiustizia, moralità, identità: sono i cardini attorno ai quali si avvita questo ennesimo formidabile racconto di Clint Eastwood (da una storia vera), uno dei suoi film più belli e importanti di un decennio nel quale ha avuto ben pochi rivali.
Un’opera di una bellezza inattaccabile; compiuta nella scrittura (raramente si vede una così chiara definizione ed evoluzione dei tre tempi narrativi; una tempistica cristallina), raffinatissima nella confezione (fotografia dieci e lode di Tom Stern; impeccabile ricostruzione storica), perfetta nella recitazione (Angelina Jolie nel ruolo della vita; nessuno le avrebbe tolto l’Oscar in una stagione diversa da questa. Ma ha avuto la sfortuna di trovarsi di fronte il colosso-Winslet).
Ma sopra ogni cosa è la veemente ed immarcescibile etica eastwoodiana il cuore pulsante di questo film nero, straziante e disperato.
Non ci si stupisce più ormai per il rigore con il quale tratteggia i suoi personaggi e le storie ad essi correlate (e Changeling, chiaramente, non fa eccezione), ed allora è bene magari soffermarsi, in questo specifico caso, proprio sui tre “chiavistelli” (citati in apertura) necessari per la lettura dell’opera.
Giustizia, perché è sulla sua affannosa ricerca che Clint riflette.
Moralità, perché il violentissimo ritratto della Legge è più devastante di quello di un qualsiasi serial killer.
Identità, perché il dramma senza fine della Jolie è anche un interrogarsi su quello che il tempo ci porta via e/o ci restituisce, e sulle mutazioni che questi passaggi portano in seno.
Un film semplice (come tutti quelli di questo magnifico moralista disilluso) eppure decisamente stratificato; un bignami del Clint-pensiero cupo e commovente.
Nel derby interno 2008/09 di casa-Eastwood, assolutamente superiore a Gran Torino.
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martedì, 07 luglio 2009
wrestlerThe Wrestler come Into the wild.
Stessa semplicità, ineluttabile logica, incompiutezza ed imperfezione.
Ma anche stessa forza, vitalità, profonda e sincera commozione.
Eddie Vedder ad accompagnare il cammino del giovane McCandless, qui Bruce Springsteen a cantare le ferite e il sangue di Randy The Ram.
Il ritorno dagli abissi di Mickey Rourke, ex ragazzo prodigio disceso agli inferi, è un racconto autobiografico di una vita giocata alla roulette russa, una corsa a perdifiato senza paura incontro al destino, un tuffo cieco sul ring delle occasioni, delle scommesse, delle scelte che il tempo ci mette impietosamente davanti.
E Rourke E’ the Ram.
Per questo il film è così riuscito, e per questo egli avrebbe meritato la Statuetta non meno di Sean Penn; questa è la classica performance della vita, ed in nome di questa siamo chiamati a testimoniare un percorso di redenzione e rinascita che è poesia pura.
Struggente e realmente commovente, il “Rocky” del nuovo millennio è un film da guardare senza paracadute; e allora sarà impossibile non amare Randy.
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sabato, 04 luglio 2009
Ci siamo: top10! Si inizia il countdown dalla 10 alla 6; per il resto, c’è scritto tutto qui.

frostnixonSgombriamo subito il campo dai dubbi: Frost/Nixon (nonostante la “concorrenza” con il pluripremiato A beautiful mind, che gli regalò anche l’Oscar personale) è il più bel film di Ron Howard.
Una verità che emerge minuto dopo minuto ma che si impone definitivamente a film finito e nei giorni seguenti la visione, allorchè si razionalizza sulla lapalissiana verità di aver assistito ad una triplice lezione (di teatro, di televisione e di cinema) di altissima caratura artistica.
Adattamento teatrale di un testo di Peter Morgan (interpretato anche in quella “versione” da Frank Langella, semplicemente meraviglioso – e meritevole di Oscar alla stessa stregua del Penn di Milk o del Rourke di The Wrestler – nel farsi carico di una sofferenza e di un tormento interiore che trasuda in ogni goccia di sudore. Interpretazione gigantesca), il film è la rielaborazione della famosissima intervista televisiva del 1977 che rese celebre David Frost, anchor-man che segnò i tempi per essere riuscito a indurre Richard Nixon a “chiedere scusa” agli americani per la sua terrificante presidenza (Watergate e Vietnam).
L’intervista divenne poi un vero e proprio caso e passò alla Storia della televisione americana.
Film tanto impeccabile quanto sottovalutato (non sono state nemmeno coperte le spese della produzione, e delle 5 nominations agli Oscar non se ne è concretizzata nessuna), è un gioiello che va visto e rivisto anche per riflettere sul potere dei media in un periodo di oscurantismo dilagante.
Ci vorrebbe un David Frost anche per il nostro Silvio Berlusconi.
 
twoloversNella passata stagione stroncai senza pietà I padroni della notte reputandolo sciatto, banale e retorico.
A distanza di un anno torna l’accoppiata Gray-Phoenix (in quella che dovrebbe essere l’ultima interpretazione della carriera per lo straordinario fratellino del compianto River) per un film che potrebbe essere tacciato degli stessi difetti (in fondo è la solita storia di un triangolo amoroso; prevedibile e decisamente scontata negli sviluppi narrativi) ma che invece se li scrolla tutti via con un agile doppio passo in virtù di una bellezza lancinante ed irrimediabilmente poetica.
Girato in digitale su tinte pesantemente grigie (e non aiutano di certo le angoscianti locations di Brighton Beach, New York), è una amarissima riflessione sull’infelicità cosmica.
All’alba del nuovo millennio, nella Capitale del Mondo, tutti inseguono qualcosa che non riusciranno mai ad avere, finendo per accontentarsi delle seconde scelte ed arrovellandosi su rimpianti, rimorsi, falsi ideali e vacue mitizzazioni.
Tutto molto triste ed ineluttabilmente senza scelta.
Film semplicissimo ma devastante; e non è facile toglierselo di dosso.
Non è affatto facile.

lasciamientrareNel silenzioso e agghiacciante bianco svedese si consumano i fotogrammi di questo miracoloso e opprimente horror filosofico, singolare e morboso incrocio tra Bergman e Cronenberg.
Classica pellicola che ha basato il suo successo su un favorevolissimo passaparola (dopo la benedizione del Tribeca) e su eccellenti critiche, ma che è riuscito a vendere molto anche per l’ingannatorio trailer che ha portato nelle sale un discreto numero di amanti del cinema del terrore quando invece qui di splatter c’è ben poco.
Quello che c’è è invece una splendida metafora sulla diversità e tutta una serie di annichilenti scene destinate a lasciare un segno importante nella memoria.
Un film intenso e senza compromessi; l’altro lato di Twilight.

thereaderAmbiziosissimo (troppo?) e assai complesso racconto di una passione perduta, che mischia però sapientemente dolorose riflessioni sul senso della responsabilità (l’Olocausto, come non se ne è mai parlato finora), il peso del rimorso, il tempo che scorre e che niente lascia indietro.
C’è tantissima carne al fuoco ma il bravissimo Stephen Daldry, già avvezzo a complicati virtuosismi di scrittura (The Hours), mette a segno la sua terza nomination agli Oscar (su quattro film diretti, un talento straordinario) riuscendo ad orchestrare con vigore e competenza tutti i complicati rapporti che legano Ralph Fiennes e Kate Winslet attraverso un lunghissimo arco temporale.
Un’opera stratificata e sensibile ad uno svariato numero di letture, è però soprattutto ed incontrovertibilmente la prova che ha definitivamente sdoganato Kate Winslet, ormai finalmente una delle più grandi attrici del mondo agli occhi di tutti.
Ci volevano questa performance (sulla quale è quasi impossibile esprimersi) e quella contestuale di Revolutionary Road ad aprire finalmente gli occhi di coloro che dopo il boom di Titanic la snobbarono ingiustificatamente per oltre un decennio.
Signori, la Winslet ha sempre recitato così, ma per fortuna adesso è arrivato questo uno-due implacabile sul quale fare contestazioni è solo segno di incompetenza.

frozenriverPuò il Sundance Film Festival prendere un abbaglio?
Ovviamente no!
Ed infatti, anche stavolta, è dal cinema indie americano che arrivano le migliori e più inaspettate sorprese.
L’esordiente Courtney Hunt scrive e dirige questo nevoso noir (sulla falsariga di Soldi sporchi di Raimi, ma meno oscuro e nichilista) su un traffico di clandestini al confine tra Usa e Canada.
Premiatissimo ed applauditissimo, è un’opera convincente e matura, solida e senza sbavature.
Ciliegina sulla torta l’impeccabile interpretazione di Melissa Leo, che si dona alla macchina da presa regalandoci una sofferta figura di madre ai confini del mondo.
E’ un oggetto nascosto, ma da recuperare assolutamente.
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martedì, 30 giugno 2009
Ed eccoci agli illustri esclusi – di pochissimo – dai quartieri alti; per il resto, c’è scritto tutto qui.

millionarieUscito davvero di un niente dalla mia personale lista dei magnifici dieci, Slumdog Millionaire è stato il caso cinematografico dell’anno.
Partito in sordina e arrivato fino all’incredibile – ed ingiustificabile – trionfo agli Academy Awards (8 Oscar tra cui film, regia e adattamento), è una splendida elegià all’ottimismo e al sacro fuoco della speranza.
Una commedia così spudoratamente eccessiva nel suo essere “vitale” (Frank Capra docet) da non poter lasciare indifferenti, e di certo mai come in questo periodo storico c’è bisogno di vederla – almeno su uno schermo – la felicità vera, quella delle battaglie vinte, quella dei successi inseguiti a tutti i costi e poi ottenuti.
E non è forse casuale l’Oscar a Danny Boyle nel mese dell’insediamento di Obama.
Una favola moderna (l’american dream in salsa indiana, ma sempre lì siamo) al servizio dell’umanità in quella che si vorrebbe indicare come l’alba di una nuova era.
Yes, we can.

tonymaneroDisturbante e “malvagio”, Tony Manero è un lucido ed impietoso sguardo sulla miseria e il degrado umano che attanagliò per tre lustri il Cile di Pinochet in una morsa letale.
Alfredo Castro (straripante, maiuscolo) si dona senza freni ad un personaggio tanto estremo quanto perfettamente immerso in una realtà che non ha più nulla del vivere civile.
Una piccola opera che ha avuto però modo di farsi largo a spallate partendo dal successo al Torino Film Festival, passando attraverso le ottime critiche raccolte un po’ ovunque, e arrivando infine ad una distribuzione abbastanza capillare (anche in home video) che ha giustamente coronato uno sforzo ed un progetto perfettamente compiuto e riuscito.
 
milkAl termine (?) della sua lunghissima analisi dell’adolescenza americana, Gus Van Sant torna con un film assai lontano dalle sue cose sperimentali (quelle per le quali si è costruito la fama di cui gode da un ventennio) e confeziona una pellicola impeccabile sotto tutti i punti di vista.
Milk non è solo una grande parabola allegorica (semplice da intelleggere, e forse per quello ancora più toccante) ma anche uno spumeggiante ed elettrizzante racconto di un’epoca perduta e destinata a non tornare.
Ma chiaramente Milk è Sean Penn.
Il volto, il corpo, il sudore e le lacrime del più grande attore americano.

grantorinoL’immortale Clint chiude alla grande il “suo” decennio (nessuno come lui negli USA, dati incontestabili alla mano) con un’accoppiata di quelle destinate a restare negli annali.
Oltre infatti al meraviglioso Changeling (che se non lo avete scorto finora, vuol dire che è nella top10) mette in scena (scegliendosi anche il ruolo di primo attore) questo minimale e asciuttissimo dramma di provincia (o sarebbe meglio dire “di quartiere”?) nel quale, come al suo solito, cesella inquadrature e sequenze da antologia.
Dunque il film c’è, eccome.
Per quanto mi riguarda però, la scelta di non includerlo nei magnifici 10 è dovuta ad una serie di elementi che tendono ad inquinare la pellicola rendendola di fatto imperfetta e con qualche sbavatura/forzatura che un Eastwood più attento avrebbe evitato.
Una sceneggiatura elementare (davvero troppo prevedibile e banale), situazioni e personaggi “tagliati con l'accetta”, ed un’eccessiva assonanza di intenti con Million Dollar Baby (la religione, il rapporto padre-figlio, la morte) appesantiscono quello che pare sia il suo ultimo film da attore e non rendono pienamente merito ad uno straordinario e commovente Artista.
Ma non c’è da allarmarsi: la sua seconda carta si chiama Changeling!

ildubbio“Non esistono verità semplici”.
Così recita la frase di lancio del film, e John Patrick Shanley (regista e sceneggiatore; premio Pulitzer nel 2005 proprio per Il dubbio, del quale curò successivamente anche l’adattamento in scena) adotta una linea di coerenza incontestabile e perfettamente rispondente alla morale che si cela dietro quelle quattro parole.
Dramma teatrale a tinte nerissime per una mirabolante lezione di recitazione di Philip Seymour Hoffman, Meryl Streep e Amy Adams, Il dubbio è anche un’accurata e profonda riflessione sul peso delle responsabilità, i rimorsi delle scelte, il rigore di un’etica che spesso e volentieri non paga (io sto dalla parte di Hoffman).
Scrittura finissima per un impianto old-style ottimamente diretto e fotografato.
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venerdì, 26 giugno 2009

Si comincia a fare sul serio: ecco il blocco che dalla 20° piazza risale su fino al numero 16; per il resto, c’è scritto tutto qui.

benjaminbuttonE’ sedicesimo un film che avrei tanto voluto far salire sul podio.
O almeno questa era la mia speranza prima di pagare il biglietto per entrare.
Quello che mi sono ritrovato davanti è invece un pamphlet obeso (oltre due ore e mezza per un’opera che doveva durare al massimo un’ora e quaranta) e decisamente logorroico.
Un vero peccato e in definitiva una delusione, almeno in base alle aspettative.
Ma togliendo di mezzo i pregiudizi (che non possono che essere positivi con quel nome lì dietro le quinte) e spogliandosi del gigantesco hype che è ruotato attorno a questa storia incredibile (tratta da Fitzgerald) non si può assolutamente negare una indiscutibile bellezza delle immagini e di molte sequenze di pura commozione.
Brad Pitt è molto bravo nell’incarnare il tormento di un personaggio così esageratamente sui generis e Cate Blachett sa donare la giusta grazia alla sua controparte femminile.
Impianto tecnico di primissimo livello (e lo testimoniano le numerose candidature raccolte ovunque – anche se di premi vinti ce ne sono stati ben pochi) ma sceneggiatura con qualche toppa (a volte sembra sfuggire il senso del film: una riflessione sull’essere “fuori tempo”? Oppure un’inno romantico all’amore?).

graceisgoneJohn Cusack è da sempre “uno di noi”.
Un attore onesto, un buon lavoratore, un “mediano” che però ha sempre fatto il suo dovere con il giusto metro di impegno.
Stavolta, finalmente, trova il film della vita e mette a segno l’interpretazione per la quale verrà ricordato da critici e cinefili.
E’ la sua dolente e sofferta maschera infatti il traino di questo delicatissimo dramma in punta di piedi; un road movie lento e profondamente intimo che è ben lungi dal ricercare la facile commozione ma che invece suona più come un percorso spirituale e di profonda ricerca.
Premiato dal pubblico al Sundance (consueto attestato di qualità) ma arrivato da noi con un ritardo colossale, e anche malamente (home video e qualche sparuta saletta).
Musiche di Clint Eastwood.

wChi mi conosce sa bene della mia dichiarata ostilità nei confronti del cineasta newyorchese che, nell’arco di una carriera estremamente prolifica, mi ha davvero esaltato quasi solo per Talk radio.
Giunge a questa ennesima biografia (dopo Jim Morrison, John Kennedy, Richard Nixon, Fidel Castro, Alessandro Magno) con il peso del terrificante WTC di un paio di anni fa sulle spalle e la responsabilità di portare sullo schermo il personaggio politico più discusso e controverso del decennio.
Ci riesce?
La risposta è sì.
Ma la quasi totalità del merito è da attribuirsi alla maiuscola prova di Josh Brolin, un attore ormai in stato di perenne grazia (da segnalare per lui una doppia performance in questa stagione: è anche l’omicida di Harvey Milk nel film di Van Sant) che letteralmente si impossessa dei 120 minuti di pellicola per giganteggiare come pochi sarebbero riusciti a fare.
Il problema di W. risiede dunque in una uscita decisamente fuori tempo massimo (e chiaramente la distribuzione mondiale ne ha risentito) e in un sarcasmo che ormai (dopo le potenti arringhe di Moore, Van Sant, De Palma e la Bigelow, per citarne solo alcuni) non attecchisce più.
Sarebbe stato perfetto all’epoca del Vote for change.

burningplainC’era una volta una coppia di inseparabili amici, Guillermo Arriaga e Alejandro González Iñárritu.
Uno scriveva film (Arriaga), l’altro li dirigeva (Iñárritu).
Ne hanno fatti tre (Amores perros, 21 grammi e Babel), uno più deprimente dell’altro, e poi hanno litigato.
Tutti e due ci tenevano ad ostenare la paternità delle opere, negando di fatto una condivisione di idee e di realizzazione.
Allora Arriaga (che è quello più bravo, secondo me) ha deciso di mettersi in proprio, reclutare la più bella donna del mondo (Charlize Theron), colei che lo è stata negli anni ottanta (Kim Basinger) e colei che lo sarà nel prossimo decennio (Jennifer Lawrence) e realizzare un’altra delle sue storie da “taglio orizzontale delle vene”.
Quello che ne è uscito fuori è un’opera molto ambiziosa (forse troppo), autoindulgente (come tutte le sceneggiature di Arriaga) e abbastanza prevedibile, ma portatrice di un atmosfera e di un senso di decadenza che non può non scavare nel profondo.
Il melodramma è molto acceso ma fortunatamente vengono evitate tutte (o quasi) le facili trappole del caso; insomma, un’opera prima decisamente convincente, ottimamente fotografata ed egregiamente interpretata.

tropicthunderIl quarto film di Ben Stiller (scritto con Justin Theroux) non è solo un perfetto meccanismo a incastro degno delle migliori parodie stelle e strisce di fine anni ’70, ma anche un intelligentissimo (e sfrontatissimo) attacco allo star system hollywoodiano (e in generale alle “ignorelands”), dal quale lo stesso Stiller ha sempre cercato in qualche modo di affrancarsi.
Si ride, e tanto, dalla prima all’ultima gag (memorabile il siparietto di “Simple Jack”, così come la corsa al ralenty che riporta alla mente la locandina di Platoon) e si sprecano ovviamente le citazioni.
Attori in stato di grazia, tutti; con uno strepitoso Robert Downey Jr. a primeggiare ed un irresistibile Tom Cruise a fare da contraltare (è nel suo personaggio che si annida la satira pungente del film) in quella che molti hanno reputato (non con tutti i torti) la prova migliore della sua carriera.
In Stiller we trust!

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lunedì, 22 giugno 2009
I film sono elencati in ordine alfabetico e sono i cosiddetti “fuori classifica”: non troppo buoni per entrare nella top20, né così brutti da finire nel dimenticatoio; per il resto, c’è scritto tutto qui.

antichristGuardare Antichrist è come assistere ad una seduta psicoanalitica di Lars Von Trier.
Ascoltare i deliri destabilizzanti (senza limiti, senza barriere) di una mente palesemente in preda ad una qualche difficoltà di fondo (la depressione così tanto ostentata dallo stesso Autore) e troppo spesso morbosamente rivolta al proprio ego più che all’urgenza di fare Arte in senso assoluto.
Antichrist è dunque più che mai pane per i denti di coloro che lo hanno sempre contestato (soprattutto ai tempi di Breaking the waves e Dancer in the dark) e accusato di “prepotenza espressiva” relegandolo all’infausto ruolo di furbo paraculo ricattatore.
Insomma uno che “non c’è, ma ci fa”.
E’ innegabile infatti che questo film sia soprattutto uno sfogo, un grido disperato di una persona che – evidentemente – ha sofferto e che usa questo mezzo (in maniera ovviamente ingiustificabile) per dar voce a tutto il suo risentimento che, in questo caso, è un violentissimo attacco (di una veemenza misogina davvero mai vista prima) al genere femminile; la donna come rappresentazione dell’anticristo (per farla ancora più cruda: non aveva tutti i torti l’Inquisizione a bruciarle vive).
Dunque, una cosa concettualmente sconvolgente e da condannare senza pietà.
Tuttavia, poiché il Cinema non è solo contenuto ma anche forma, Antichrist non merita di stare nella “cerchia dei dannati” (la flop10 pubblicata qualche giorno fa) perché ha dalla sua una messa in scena magistrale e di qualità sconvolgente.
Sin dai memorabili 6 minuti iniziali, per arrivare alle indimenticabili sequenze al ralenty nel bosco oppure  a quegli incredibili campi lunghi che paiono quadri impressionisti, la regia (e la fotografia) di Von Trier raggiunge dei picchi di mirabile poesia filmica.
Al termine c’è una dedica ad Andrej Tarkovskij; se Lars avesse avuto anche solo un quarto del minimalismo concettuale e dell’eleganza ideologica del suo nume tutelare, Antichrist sarebbe stato un Capolavoro assoluto.

appaloosaSono da sempre un grande appassionato del western ed è stato fisiologico dunque approcciarmi a questa opera seconda del buon Ed Harris con i migliori propositi possibili.
L’etica “hawksiana” c’è tutta, ed è anche finemente filtrata dalle recenti rivisitazioni di Costner e Eastwood; è tutto il resto che purtroppo non affonda come dovrebbe (o almeno come avrei voluto) ripiegandosi spesso su facili convenzioni di genere e lasciando ad una regia manieristica il grosso del lavoro.
Ottimo Viggo Mortensen (come sempre, del resto).

australiaDopo il trionfo di Moulin Rouge (da me mai condiviso) si riforma la coppia Kidman-Luhrmann per questa avventura romantica d’altri tempi che ha il respiro e la formula giusta per riuscire.
Anche in questo caso però (così come in Appaloosa) ci troviamo di fronte ad un’opera davvero troppo convenzionale e prevedibile; inoltre l’eccessiva lunghezza non giova alla fluidità della narrazione, ed il meccanismo diventa, soprattutto nella parte finale, decisamente pachidermico.

burnaftereadingPotevano in Coen fare peggio di Ladykillers?
Burn after reading è la risposta: dopo il boom della scorsa stagione (sul quale mi trovo però in leggero disaccordo con la maggioranza della cinefilia) un notevole passo indietro per i geniali fratellini che, alla ricerca di una leggerezza ormai probabilmente perduta (quella di Barton Fink per intenderci, o anche di Fratello, dove sei?) si ritrovano a condurre le redini di una storia incerta e scritta con fare strambo e discontinuo (il che è preoccupante dato che è proprio nella scrittura che risiede da sempre il loro asso nella manica).
Una nota di plauso però a Clooney e Pitt, meravigliosi nella loro delirante idiozia.

laclasseLa scandalosa Palma d’Oro di Cannes 2008 (scandalosa non tanto per il valore dell’opera premiata ma perché andava a discapito del Capolavoro di Matteo Garrone, Gomorra) è una pellicola da “camera”, intimista e piccola (nel senso di vicinanza con lo spettatore, di comunicazione di intenti).
E’ anche abbastanza educativa e fedele specchio del suo tempo, ma è troppo debole e priva di nerbo; dovrebbe sconvolgere e turbare e invece quasi strappa lo sbadiglio.
Qualche accenno di fuoco nel pre-finale, subito però estinto; c’è qualcosa che non mi ha mai particolarmente appassionato nel cinema francese.
Mi sa che è colpa mia.

martyrsE rimanendo nella terra dei cugini d’Oltralpe, ecco Martyrs, ovvero: cosa mostrare ancora dopo gli scuoiamenti a carne viva e le calotte metalliche saldate sul cranio?
Dopo il boom dei ’90 della new wave horror nipponica e la recente fioritura spagnola del mercato del settore, da un paio d’anni a questa parte è la Francia la “nazione del terrore”.
Portabandiera di questo sconvolgente e realmente disturbante torture-porn (oltre a Martyrs, citazioni doverose anche per Alta tensione, Frontiers e À l'intérieur), la nuova frontiera del cinema orrorifico si propone di andare oltre i taciti confini etici del mostrare allo scopo di affondare il colpo nelle oramai anestetizzate retine dello spettatore contemporaneo.
Un’operazione persa in partenza.

operazionevalchiriaTom Cruise fa il nazista pentito sotto la direzione (come al solito glaciale) di Bryan Singer.
Un film del quale c’è davvero poco da dire; senza infamia e senza lode.

ponyoTorna il Maestro giapponese Miyazaki per un’altra delicata e struggente storia di amicizia, amore e, in generale, “vita”.
Lo fa con la solita immensa classe e le solite toccanti pennellate di assoluta poesia.

rachelstapersposarsiAnne Hathaway è, per quanto mi riguarda, l’unico motivo di reale interesse per questo “documentario di matrimonio travestito da film”.
Ok, forse ho esagerato, ma il girato funziona tanto più quando non si propone di fare esasperato sperimentalismo piuttosto che invece quando, camera in spalla, ricerca la pura emozione scavando nei volti e in quello che non viene detto ma che gli occhi sono incapaci di trattenere.
Demme comunque merita sempre tutta la mia stima; non c’entra niente, ma lo volevo scrivere lo stesso.

setteanimeSe avete visto 21 Grammi grattandovi ripetutamente le palle (et similia, per le signorine) oppure The hours cercando contestualmente per casa una lametta con la quale recidervi i polsi, allora state alla larga da questo Seven Pounds.
Deprimente ed ineluttabilmente (morbosamente?) senza luce è la seconda prova americana di Gabriele Muccino (ancora in coppia con il fido – e bravo – Will Smith).
Così americana che ormai non è rimasta più nessuna traccia del regista de L’ultimo bacio (ancora oggi, la sua migliore cosa); Sette anime è palesemente il risultato di una produzione (intesa nel senso più ampio possibile) tesa a confezionare un oggetto privo di stile e forma.
Mi vengono in mente solo difetti quando ripenso (grattandomi) a questo film: soggetto assurdo, sceneggiatura traballante e piena di tempi sbagliati, fotografia patinata e dozzinale.
Si è salvato dall’essere incluso nella “flop10” solo perché i dieci elencati lì sono molto, ma molto più brutti.

themistTratto dalla riserva senza fondo di Stephen King (in questo caso “Nebbia”, un racconto incluso nella raccolta “Scheletri”), The mist è un onesto horror senza troppe pretese che assolve con dovizia al suo compito.
Per di più, dirige Frank Darabont, che è uno che ha già centrato due adattamenti kinghiani (Il miglio verde e soprattutto Le ali della libertà).

vickyDopo le avventure inglesi (Match point, Scoop e Cassandra’s dream) il folletto newyorchese resta in Europa ma si sposta in Spagna per dipingere questo brioso (e decisamente sensuale) quadrato amoroso tra Bardem, Hall, Johannson e Cruz.
Molti premi e buoni incassi (un binomio solitamente atipico per Allen) per un buon film che si lascia vedere ma che certamente non marca il territorio.
E adesso, finalmente, si torna in America.
postato da: countryfeedback alle ore 00:40 | commenti (15)