Si comincia a fare sul serio: ecco il blocco che dalla 20° piazza risale su fino al numero 16; per il resto, c’è scritto tutto qui.
E’ sedicesimo un film che avrei tanto voluto far salire sul podio.
O almeno questa era la mia speranza prima di pagare il biglietto per entrare.
Quello che mi sono ritrovato davanti è invece un pamphlet obeso (oltre due ore e mezza per un’opera che doveva durare al massimo un’ora e quaranta) e decisamente logorroico.
Un vero peccato e in definitiva una delusione, almeno in base alle aspettative.
Ma togliendo di mezzo i pregiudizi (che non possono che essere positivi con quel nome lì dietro le quinte) e spogliandosi del gigantesco hype che è ruotato attorno a questa storia incredibile (tratta da Fitzgerald) non si può assolutamente negare una indiscutibile bellezza delle immagini e di molte sequenze di pura commozione.
Brad Pitt è molto bravo nell’incarnare il tormento di un personaggio così esageratamente sui generis e Cate Blachett sa donare la giusta grazia alla sua controparte femminile.
Impianto tecnico di primissimo livello (e lo testimoniano le numerose candidature raccolte ovunque – anche se di premi vinti ce ne sono stati ben pochi) ma sceneggiatura con qualche toppa (a volte sembra sfuggire il senso del film: una riflessione sull’essere “fuori tempo”? Oppure un’inno romantico all’amore?).
John Cusack è da sempre “uno di noi”.
Un attore onesto, un buon lavoratore, un “mediano” che però ha sempre fatto il suo dovere con il giusto metro di impegno.
Stavolta, finalmente, trova il film della vita e mette a segno l’interpretazione per la quale verrà ricordato da critici e cinefili.
E’ la sua dolente e sofferta maschera infatti il traino di questo delicatissimo dramma in punta di piedi; un road movie lento e profondamente intimo che è ben lungi dal ricercare la facile commozione ma che invece suona più come un percorso spirituale e di profonda ricerca.
Premiato dal pubblico al Sundance (consueto attestato di qualità) ma arrivato da noi con un ritardo colossale, e anche malamente (home video e qualche sparuta saletta).
Musiche di Clint Eastwood.
Chi mi conosce sa bene della mia dichiarata ostilità nei confronti del cineasta newyorchese che, nell’arco di una carriera estremamente prolifica, mi ha davvero esaltato quasi solo per Talk radio.
Giunge a questa ennesima biografia (dopo Jim Morrison, John Kennedy, Richard Nixon, Fidel Castro, Alessandro Magno) con il peso del terrificante WTC di un paio di anni fa sulle spalle e la responsabilità di portare sullo schermo il personaggio politico più discusso e controverso del decennio.
Ci riesce?
La risposta è sì.
Ma la quasi totalità del merito è da attribuirsi alla maiuscola prova di Josh Brolin, un attore ormai in stato di perenne grazia (da segnalare per lui una doppia performance in questa stagione: è anche l’omicida di Harvey Milk nel film di Van Sant) che letteralmente si impossessa dei 120 minuti di pellicola per giganteggiare come pochi sarebbero riusciti a fare.
Il problema di W. risiede dunque in una uscita decisamente fuori tempo massimo (e chiaramente la distribuzione mondiale ne ha risentito) e in un sarcasmo che ormai (dopo le potenti arringhe di Moore, Van Sant, De Palma e la Bigelow, per citarne solo alcuni) non attecchisce più.
Sarebbe stato perfetto all’epoca del Vote for change.
C’era una volta una coppia di inseparabili amici, Guillermo Arriaga e Alejandro González Iñárritu.
Uno scriveva film (Arriaga), l’altro li dirigeva (Iñárritu).
Ne hanno fatti tre (Amores perros, 21 grammi e Babel), uno più deprimente dell’altro, e poi hanno litigato.
Tutti e due ci tenevano ad ostenare la paternità delle opere, negando di fatto una condivisione di idee e di realizzazione.
Allora Arriaga (che è quello più bravo, secondo me) ha deciso di mettersi in proprio, reclutare la più bella donna del mondo (Charlize Theron), colei che lo è stata negli anni ottanta (Kim Basinger) e colei che lo sarà nel prossimo decennio (Jennifer Lawrence) e realizzare un’altra delle sue storie da “taglio orizzontale delle vene”.
Quello che ne è uscito fuori è un’opera molto ambiziosa (forse troppo), autoindulgente (come tutte le sceneggiature di Arriaga) e abbastanza prevedibile, ma portatrice di un atmosfera e di un senso di decadenza che non può non scavare nel profondo.
Il melodramma è molto acceso ma fortunatamente vengono evitate tutte (o quasi) le facili trappole del caso; insomma, un’opera prima decisamente convincente, ottimamente fotografata ed egregiamente interpretata.
Il quarto film di Ben Stiller (scritto con Justin Theroux) non è solo un perfetto meccanismo a incastro degno delle migliori parodie stelle e strisce di fine anni ’70, ma anche un intelligentissimo (e sfrontatissimo) attacco allo star system hollywoodiano (e in generale alle “ignorelands”), dal quale lo stesso Stiller ha sempre cercato in qualche modo di affrancarsi.
Si ride, e tanto, dalla prima all’ultima gag (memorabile il siparietto di “Simple Jack”, così come la corsa al ralenty che riporta alla mente la locandina di Platoon) e si sprecano ovviamente le citazioni.
Attori in stato di grazia, tutti; con uno strepitoso Robert Downey Jr. a primeggiare ed un irresistibile Tom Cruise a fare da contraltare (è nel suo personaggio che si annida la satira pungente del film) in quella che molti hanno reputato (non con tutti i torti) la prova migliore della sua carriera.
In Stiller we trust!